I boschi della Valsassina e del Legnone: memoria storica, crisi attuale e necessità di una gestione sostenibile

Contesto storico

I borghi montani della provincia di Lecco – nella Valsassina, nella zona della Grigna e del Legnone – hanno costruito per secoli la propria economia intorno al bosco. La produzione di carbone di legna era indispensabile per alimentare i forni fusori del minerale estratto nell’alto Varrone, e il patrimonio forestale costituiva quindi una risorsa strategica tanto per le famiglie quanto per l’intero sistema produttivo locale.

Durante il periodo della dominazione spagnola, la pressione estrattiva sfuggì a ogni regolazione: il prelievo indiscriminato del legname innescò fenomeni di instabilità dei versanti e portò a una vera e propria crisi della materia prima. Fu la successiva amministrazione austriaca a reintrodurre criteri di gestione razionale, riconoscendo nel bosco una risorsa da coltivare e non da consumare.

Le pratiche tradizionali di gestione

In alcuni dei comuni montani, i boschi di proprietà comunale venivano suddivisi in parti – costituite da più lotti ubicati in diversi luoghi in modo da compensare differenze di qualità e produttività – e assegnate a ciascuna famiglia. Il sistema adottato era quello del ceduo a turno novennale: le ceppaie emettevano polloni che, raggiunte le dimensioni minime di legge, venivano tagliati ogni nove anni. Una norma tecnica oggi completamente dimenticata prescriveva che le asce, le accette e le roncole fossero affilate esclusivamente con la pietra e non con la lima triangolare, per evitare di lacerare le fibre legnose e infettare le ceppaie, preservandone così la capacità rigenerativa.

Questo sistema garantiva al tempo stesso la sostenibilità del prelievo, la stabilità del suolo, la continuità del reddito familiare e la trasmissione intergenerazionale di un sapere tecnico raffinato.

La crisi contemporanea

L’introduzione della motosega e l’abbandono progressivo delle pratiche tradizionali hanno interrotto questo equilibrio. Le ceppaie, non più rispettate nelle modalità di taglio, hanno perso vitalità e sono seccate. I boschi sono invecchiati, si sono infittiti fino a soffocare il sottobosco, e la biodiversità associata agli strati erbaceo e arbustivo si è ridotta drasticamente.

I tagli attuali, finalizzati per lo più ad ottenere legna da ardere, avvengono in modo discontinuo e speculativo: si interviene quando il bosco sembra economicamente maturo, senza una pianificazione di lungo periodo. Le conseguenze sono molteplici:

  • i versanti rimasti privi di copertura sono soggetti a erosione e instabilità;
  • le piante isolate lasciate come da prescrizioni, non più sostenute dalle vicine, risultano vulnerabili;
  • il terreno scoperto viene rapidamente colonizzato da specie invasive come nocciolo, maggiociondolo e, sempre più spesso, Buddleja.

Solo la rinnovazione naturale da seme – lenta e incerta – consente alla foresta di recuperare, ma ciò avviene lentamente nel corso di anni o di decenni.

Prospettive e proposte

Di fronte a questa situazione, non è più sufficiente una gestione forestale basata esclusivamente sulla logica del prelievo immediato. È necessario un piano organico che integri più obiettivi:

  • la protezione idrogeologica dei versanti, oggi più esposti che in passato;
  • la conservazione della flora e della fauna, componenti essenziali dell’ecosistema e particolarmente rilevanti nelle aree protette come il Parco delle Grigne e gli altri parchi presenti in provincia;
  • la valorizzazione economica sostenibile del bosco, inteso non come giacimento da estrarre ma come risorsa rinnovabile da gestire nel tempo;
  • la creazione di occupazione qualificata attraverso imprese forestali strutturate, capaci di operare con competenze tecniche adeguate e in continuità con il territorio.

Il recupero di una cultura forestale consapevole – che sappia integrare la memoria delle pratiche tradizionali con gli strumenti della pianificazione moderna – rappresenta una delle sfide più concrete e urgenti per lo sviluppo sostenibile del territorio.

Il progetto interreg Map-For, prevedendo la mappatura del territorio, pone le basi tecniche e scientifiche per guardare al futuro con ponderato ottimismo.